1980: l’anno più caldo

 1980: l’anno più caldo

di Gianmarco Castaldi

La complessa struttura criminale degli anni Settanta, in cui entra di diritto quel segmento politicizzato ascrivibile sotto il nome di Strategia della Tensione, comprendeva varie sfaccettature, diversi lati peculiari da cui estrapolare alcuni dei più ambigui passaggi storici italiani. Nel mettere un solido punto ai fatti che dall’attentato di Piazza Fontana in poi insanguinarono il Paese, mi rendo conto che una collocazione rigida e poco elastica risulterebbe dannosa per il lettore e per la ricostruzione storica, in quanto la scia di sangue avviatasi dal 1969 proseguì almeno fino al 1980 e, indirettamente e sotto altre forme, oltre il decennio “violento”.

Una stazione dei treni, una città del Nord-Italia che aveva donato alla patria alcuni tra i più fedeli uomini della Resistenza, piccoli agglomerati urbani di provincia in cui il mito di Che Guevara e del Socialismo Scientifico scandivano persistentemente la quotidianità delle osterie narranti e dei campi fertili.

Era la mattina del 2 agosto del 1980, a pochi mesi dalla Strage di Ustica, quando un enorme boato travolse la tranquillità bolognese: alle 10:25, una valigetta carica di tritolo e utilizzabile con un meccanismo a tempo esplose nella stazione dei treni, all’interno della sala d’aspetto affollata dai turisti, provocando 85 morti e circa 200 feriti. Una strage, l’ennesima sul suolo italiano, in un territorio che da dieci anni si trovava sotto il continuo assedio della radicalizzazione politica.

L’attentato di Bologna ancora oggi rappresenta il più grave attacco alla comunità civile italiana dalla fine della Seconda Guerra Mondiale; uno degli ultimi sanguinosi atti della Strategia della Tensione, inaugurata tragicamente dalla bomba che esplose a Milano il 12 dicembre del 1969.

Inizialmente la posizione delle indagini, e degli organi di polizia e di Governo allora presieduto dal democristiano Francesco Cossiga, rivolse l’attenzione verso una possibile esplosione di una caldaia, che trovatasi nei sotterranei della stazione avrebbe fortuitamente provocato la strage. Un’ipotesi rimasta ambigua nel corso della storia, tanto che il magistrato Libero Mancuso qualche tempo dopo sostenne che i depistaggi sulla vicenda bolognese furono attuati fin da subito, fin dopo l’esplosione, per poter garantire ai fautori dell’opera stragista di dileguarsi nella città in preda al panico.

L’attenzione si spostò subito sugli ambienti eversivi di destra, la stessa radicale ed estremista responsabile, o comunque implicata, nella lunga stagione degli anni Settanta. E infatti, alla fine dello stesso mese la Procura di Bologna ratificò 28 ordini di cattura nei confronti degli appartenenti a vari gruppi terroristici, tra cui: i NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari a cui apparteneva anche il criminale Massimo Carminati, l’organizzazione Terza Posizione e alcuni membri del Movimento Rivoluzionario Popolare.

Le inchieste individuarono come probabili responsabili: Roberto Fiore, Massimo Morsello, Gabriele Adinolfi, Sergio Calore, Francesca Mambro, Elio Giallombardo, Amedeo De Francisci, Massimmiliano Fiachini, Roberto Rinani, Valerio Fioravanti, Claudio Mutti, Mario Corsi, Paolo Pizzonia, Ulderico Sica, Francesco Bianco, Alessandro Pucci, Marcello Iannilli, Paolo Signorelli, Pierluigi Scarano, Francesco Furlotti, Aldo Semerari, Guido Zappavigna, Fabio De Felice, Gianluigi Napoli e Maurizio Neri. Tutti gli imputati di questa prima indagine vennero rilasciati l’anno successivo alla strage, nel 1981.

Con le prime inchieste, emersero i primi depistaggi, primi di una lunga serie. I tentativi iniziali di acquisizione di una pista differente vennero costruiti in modo da poter deviare il lavoro dei magistrati su una possibile cellula terroristica internazionale che operava anche al di fuori del territorio italiano. Inoltre, nel gennaio del 1981, all’interno della seconda classe del treno Espresso 514 partito da Taranto e diretto a Milano venne ritrovato un bagaglio contenente alcune lattine cariche di esplosivo, un mitra MAB, un fucile da caccia e due biglietti aerei per città europee.

La segnalazione, che indusse le forze dell’ordine a intervenire sul treno, giunse da un reparto dei servizi segreti; nella valigetta, secondo alcune dichiarazioni emerse da altri processi, il MAB utilizzato per il depistaggio apparteneva all’arsenale della Banda della Magliana, custodito all’interno dei sotterranei del Ministero della Sanità, lo stesso mitra che precedentemente era stato consegnato alla mala romana da alcuni membri dei nuclei terroristici neofascisti.

Oltretutto, Pietro Musumeci, vicecapo del SISMI, produsse un dossier, rivelatosi successivamente infondato, che indicava come mandanti ed esecutori alcuni terroristi internazionali, collaboratori dei membri dell’eversione nera italiana. Musumeci verrà condannato in primo grado nel luglio del 1985 per associazione a delinquere, insieme con gli agenti segreti Giuseppe Belmonte e Francesco Pazienza. I processi, a partire dalla metà degli anni Ottanta, continuano a tentare di confermare un’ipotesi attendibile; persiste la responsabilità materiale dei due terroristi Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, riconosciuti colpevoli. I reali mandanti, come spesso accaduto, latitano ancora nel buio.

La Strategia della Tensione nell’agosto del 1980 depositò un ulteriore tassello al suo enorme mosaico complottista. Le morti di Bologna, così come le vittime di tutti gli attentati degli anni Settanta, non saranno le ultime a costellare la storia italiana; l’ottica eversiva, già a partire dalla fine del decennio successivo, riallaccerà i rapporti con il terrorismo, sicuramente di matrice diversa, ma pur sempre legato al sangue.