Bomba nera?

 Bomba nera?

di Gianmarco Castaldi

A causa dell’enorme quantità di esplosivo utilizzato in Italia a partire dal 1969, nell’ottica stragista della Strategia della tensione, alcuni passaggi fondamentali di questa oscura narrazione sono stati, apparentemente, dimenticati dall’opinione pubblica. Il riferimento, nella totalità dei casi, si rivolge alla strage di Gioia Tauro, la cittadina calabrese che nell’estate del 1970 fu lo scenario di un’orrenda tragedia avvolta, ancora oggi, nel mistero.

Il rapido Palermo-Torino, il 22 luglio 1970, procedeva la sua corsa verso il continente dopo la partenza dal capoluogo siciliano; alle 17 e 08 il treno deragliò spezzandosi in due parti distinte. Alcuni minuti più tardi, la corsa dei vagoni si arrestò e il bilancio fu disastroso: 6 vittime e 77 feriti. Potrebbe apparire come un incidente, un problema meccanico, un errore umano fatale che condusse la Freccia del Sud a schiantarsi nelle prossimità di Reggio Calabria. Invece, proprio per la posizione geografica in cui avvenne la strage, la storia e gli avvenimenti politici di quel caldo luglio ci portano a riflettere.

Alcuni giorni prima, precisamente il 15 luglio, i cittadini di Reggio Calabria scesero in piazza per manifestare duramente contro la scelta politica di consegnare il titolo di capoluogo di regione alla città di Catanzaro. Durante i disordini ci scappò il morto, Bruno Labate, deceduto sotto la carica della polizia. Il giorno dei funerali, la Questura della città fu assediata e in alcune zone particolarmente calde le barricate artigianali, costruite dalla folla, dividevano i manifestanti dagli uomini dell’ordine pubblico. La Democrazia Cristiana, il partito che aveva donato il sindaco a Reggio Calabria, il famoso Battaglia, si dissociò dalle azioni violente e sul suolo reggino nacque il Comitato d’Azione per Reggio Capoluogo, organizzato da tre esponenti del Movimento Sociale Italiano: Natino Aloi, Renato Meduri e Francesco Franco. Questo era il carsico magma che imperversava nella zona e, sulla base dei fatti che avevano coinvolto l’anno prima la banca di Piazza Fontana a Milano, l’occhio attento e dubbioso di una parte della cittadinanza pose l’attenzione sul fatto.

La Polfer, che aveva svolto le indagini sul caso, non parlò di attentato e chiuse rapidamente l’indagine contro il parere della perizia tecnica che considerò possibile l’ipotesi di un attacco terroristico e dinamitardo. Fu una pulce all’orecchio il risvolto tecnico, un fastidioso presentimento che alcuni giovani del collettivo “Gli anarchici della baracca” approfondirono con minuzia. Angelo Casile, Annalise Borth, Gianni Aricò, Luigi Lo Celso, Franco Scordo, tutti ragazzi appartenenti al Movimento Libertario, attraverso la costruzione di un dossier sull’incidente di Gioia Tauro avevano notato la presenza nelle barricate cittadine di alcuni membri di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, i due gruppi di estrema destra maggiormente in voga negli anni Settanta. Il materiale era pronto e ricco di coincidenze da poter dimostrare; convinti delle proprie intenzioni, gli anarchici calabresi partirono, a bordo di una Mini Minor, verso la capitale, dove avrebbero raggiunto l’avvocato Edoardo Di Giovanni per mostrargli tutte le incongruenze del caso. Il 26 settembre, con l’auto piena di fascicoli, i cinque giovani si schiantarono contro un tir fermo sul ciglio dell’autostrada che conduceva a Roma, tra le città laziali di Frosinone e Ferentino. “Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l’Italia” aveva confidato alla madre Gianni Aricò alcuni giorni prima di morire, parole fatali e ambigue che anticiparono un altro evento coperto dalla coltre primorepubblicana: il Golpe Borghese. Ma questa fu un’altra storia. Resta il fatto che dalla macchina coinvolta nell’incidente sparì il dossier e tutta la documentazione che il collettivo anarchico di Reggio Calabria aveva raccolto nei giorni che seguirono la strage di Gioia Tauro.

Circa vent’anni dopo, durante un’enorme indagine sulla ‘Ndrangheta nel 1993, il malavitoso Giacomo Lauro dichiarò che nel 1979, mentre scontava la pena in carcere, seppe che Vito Silverini, un neo-fascista estremista, piazzò una bomba da miniera sui binari di Gioia Tauro, provocando il deragliamento del treno. La rivolta calabrese del luglio del ’70, secondo le dichiarazioni del pentito Lauro, fu il frutto di un’architettura ‘ndranghetista che armava pezzi della destra eversiva. Fu proprio lui a consegnare l’ordigno che, esploso prima del passaggio del treno, aveva causato la voragine fatale. Ad avvalorare le tesi esposte del collaboratore di giustizia, furono le ipotesi degli anarchici che nel settembre del 1970 partirono verso Roma per divulgare le scoperte “che faranno tremare l’Italia”. Ad oggi, i mandanti della strage rimangono sconosciuti; ciò che invece è risaputo è che il camion contro il quale si schiantarono gli anarchici era di proprietà del “Principe Nero”: Junio Valerio Borghese.