Breve storia dell’organizzazione mafiosa

 Breve storia dell’organizzazione mafiosa

di Gianmarco Castaldi

Quando alla fine degli anni Sessanta, in Sicilia, terminò la Prima Guerra di Mafia, le numerosi morti nella struttura politica e amministrativa di Cosa Nostra destabilizzarono l’armonia gerarchica teorizzata dai boss americani alcuni anni prima. La vecchia commissione, gestita da Salvatore “Chicchiteddu” Greco, si era sgretolata sotto i colpi del primo conflitto armato in cui venne coinvolta la totale macchina mafiosa siciliana.

Nel dicembre del 1969, come simbolo della chiusura del periodo bellico, fu ucciso uno dei maggiori responsabili della guerra che aveva insanguinato le strade di Palermo: Michele Cavataio, Capomandamento dell’Acquasanta, morto per mano di Bernardo Provenzano nella celebre strage di viale Lazio.
Per sanare i conflitti interni tra le varie cosche e per garantire una nuova formazione collegiale fondata sulla pace e sul bene comune, dopo la guerra fu istituito il “Triumvirato”, un organismo provvisorio formato da tre oligarchi di Cosa Nostra che avrebbe dovuto garantire la fine delle dispute tra le varie cosche sul territorio.

Bisogna soffermarsi di peso su questa scelta; nel pensiero mafioso regnante all’inizio della seconda metà del secolo, l’ordine dettato da un equilibrio ben regolato garantiva un buon prosieguo degli affari, utile ad arricchire le cosche senza l’uso estremo della violenza. Il Triumvirato, formato da Gaetano Badalamenti, colui che nel 1978 ucciderà Peppino Impastato, Stefano Bontate, il nobile boss di Santa Maria di Gesù, e Luciano Leggio, che nel 1948 aveva fatto uccidere il sindacalista Placido Rizzotto, introdusse il gruppo dei Corleonesi, considerati fino ad allora dei villani, nelle alte sfere della gerarchia mafiosa. Lucianeddu, detto anche Liggio a causa di un errore di battitura del cognome durante la convalida di un arresto, amministrava il potere della cosca di Corleone in quanto, alcuni anni prima, aveva ucciso il padrino indiscusso della zona: Michele Navarra. Il neo-boss si circondò di suoi fedelissimi, tra cui Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella, tutti “viddani” come lui in cerca di rispetto da parte di quella mafia borghese che viveva a Palermo.

Nel 1974 Cosa Nostra sciolse il trio provvisorio e i Capimandamento elessero Gaetano Badalamenti come coordinatore delle attività della “Cupola”; in realtà, il terzo membro attivo nelle riunioni del Triumvirato era stato Totò Riina, che, sotto mandato di Leggio, aveva presenziato agli incontri del collegio nelle veci di portavoce della propria fazione.

La seconda Commissione durò in carica circa quattro anni e nel 1978 Gaetano Badalamenti, a causa delle forti pressioni esercitate da Riina sugli altri membri, fu sfiduciato ed espulso dall’organismo. In coalizione con Stefano Bontate, i Corleonesi indicarono come nuovo capo della Cupola Michele Greco, detto il “papa”, un uomo strettamente legato ai provinciali nati sotto l’ala di Leggio.

Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, il potere degli ormai ex viddani divenne smisurato: si può definire l’attività di Riina come un vero e proprio colpo di Stato all’interno di una struttura mafiosa gestita, precedentemente, da una pluralità di intenti, che gli garantì un potere smisurato e assoluto grazie all’appoggio dell’intero collegio elettivo; infatti, dopo aver ucciso, nel 1981, gli unici oppositori interni, Bontate e Salvatore Inzerillo, accorpò le cosche secondo il suo volere, scatenando una seconda guerra di mafia, molto più violenta della prima, in cui vennero eliminati tutti i Capimandamento avversi al suo dominio.

Nel 1986, il fedelissimo Michele Greco fu arrestato e il ruolo di capo della Cupola, fino ad allora inteso come una sorta di segretario mediatore, tramutò in despota con pieni poteri e a farne le veci furono i due cavalli dell’ormai sfiancato Luciano Leggio: Salvatore Riina e Bernardo Provenzano.