Quarant’anni di terremoto

 Quarant’anni di terremoto

di Matteo Galasso

Quarantesimo anniversario dal terremoto del 1980, dopo ormai quasi mezzo secolo oggi restano tre testimonianze dell’evento che devastò l’Irpinia e parte di Sannio e Basilicata: le macerie di abitazioni di molti paesi mai ricostruiti, che, laddove siano rimaste anche parzialmente in piedi, ci ritagliano spazi rurali dove il tempo sembra essersi fermato alle 19.34 di quella calda domenica di novembre; le testimonianze di tutti coloro che lo hanno vissuto, che ricordano precisamente cosa stessero facendo in quel momento, in che modo poi abbiano superato quei 90 secondi infiniti e come abbiano vissuto i giorni e le settimane successive; la rassegnazione di chi sapeva fin da subito che nulla sarebbe più tornato come prima, di chi aveva perso tutto vedendo distrutto il luogo dove aveva trascorso gran parte della propria vita.

Un minuto e mezzo senza interruzioni, magnitudo 6.9, quasi 3000 vittime e 240.000 sfollati: sono numeri che ancora oggi spaventano e allo stesso tempo fanno riflettere, considerando che dei 679 comuni facenti parte delle otto province interessate dal sisma, 505 hanno subito danni irreparabili e decine di essi sono stati completamente rasi al suolo. Ciò a ricordare di come ancora nel 1980 la maggior parte della popolazione coinvolta abitava in strutture inagibili e in pessime condizioni.

Ma la drammaticità dell’evento stava proprio nel fatto che, a causa del blackout delle telecomunicazioni, interrotte a causa dei danni infrastrutturali causati dalla scossa, non fu possibile né alle autorità né ai cittadini delle resto del Paese venire istantaneamente a conoscenza della gravità del disastro. Il sisma, infatti, scatenatosi alle 19:34 del 23 novembre ha visto le prime mobilitazioni e i primi soccorsi solo dopo la mezzanotte del giorno successivo.

Tutti hanno ricordato l’evento pubblicando su giornali e social media la prima pagina de “Il Mattino”, che titolava “FATE PRESTO”: ebbene, quella prima pagina non è stata pubblicata il 24 mattina, bensì il 26. Ciò a significare proprio che dopo quasi tre giorni dal sisma, ancora centinaia di persone erano bloccate sotto le macerie, tante altre non avevano notizie dei propri cari né un posto dove trascorrere la notte.

Ciò che quindi contribuì a rendere più tragico l’evento fu il ritardo dei soccorsi, un gravissimo ritardo che confermava l’enorme difficoltà logistica dei soccorsi e l’endemica carenza infrastrutturale all’epoca di quei territori.

Giunto prontamente sul luogo della tragedia l’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, vide con i suoi occhi la difficoltà e l’eccessiva lentezza degli aiuti, a tal punto che egli stesso dichiarò al “tg2” della sera del 25 novembre che i soccorsi erano troppo lenti e dopo giorni si sentissero ancora urla e gemiti provenienti dalle macerie.

Il Presidente riuscì a farsi carico del dolore degli Irpini, si sentì uno di loro e soffrì come loro, quasi fosse stato coinvolto direttamente nella tragedia. Questa forte empatia testimoniò proprio l’umanità che caratterizzava quel grande statista: comprendere i cittadini, sentirsi uno di loro, soffrire con loro.

Ancora oggi è difficile pensare che in un lasso di tempo così ristretto possa essere accaduto qualcosa che abbia cambiato per sempre la vita di centinaia di migliaia di persone. Non ci fu alcun preavviso: ognuno stava vivendo la propria quotidianità come in una domenica qualunque, chi era uscito per una passeggiata, chi stava preparando la cena, chi stava studiando, chi era in chiesa. In un attimo tutti si sono ritrovati per strada, a vedere la propria abitazione distrutta o collassata su se stessa, i più sfortunati non ce l’hanno fatta.

L’unica testimonianza audio che ci rimane del terremoto è quella registrata da “Radio Alfa 102” che stava trasmettendo un pezzo di musica folk: è ancora oggi alquanto scioccante ascoltare il boato che tra una strimpellata e l’altra di una fisarmonica diventava sempre più intenso ed esteso, fino ad interrompere completamente la trasmissione radiofonica.

Insomma un evento che noi più giovani abbiamo solo ascoltato nei racconti dei nostri genitori o letto attraverso i tanti articoli commemorativi, ma che come Irpini sappiamo di aver trasformato la nostra provincia lasciando un segno indelebile in questa e nelle generazioni future.