Referendum costituzionale: le ragioni del sì e del no

 Referendum costituzionale: le ragioni del sì e del no

di Matteo Galasso

Durante l’election day di domenica 20 e lunedì 21 settembre, per la prima volta dopo l’emergenza Covid-19, i cittadini saranno chiamati alle urne. Si voterà per rinnovare l’amministrazione di circa mille comuni, le giunte regionali in Campania, Puglia, Toscana, Marche, Veneto, Liguria e Valle d’Aosta, e, infine, per far passare, con un Referendum popolare confermativo, una proposta di legge di riforma della Costituzione per la riduzione del numero dei parlamentari, che prevede la modifica degli articoli 56, 57 e 59. Lo scopo di questo referendum è il taglio – a partire dalla prossima legislatura – di 345 parlamentari, 115 senatori e 230 deputati, che porterebbe il numero totale di rappresentanti da 945 a 600, di cui 200 senatori e 400 deputati. Il testo, approvato in Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 12 ottobre 2019, prevedeva come data iniziale del voto quella del 29 marzo 2020, poi rimandata per l’imperversare della pandemia. Scopo fondamentale della riforma, promossa dal” MoVimento 5 Stelle”, è quello di ridurre i costi della politica.

Le ragioni del sì

Questa riforma pone una serie di obiettivi per rendere il Parlamento più efficiente riducendo i costi del sistema politico: in pratica si risparmierebbero tra i 57 e gli 82 milioni di euro, sottraendo alle spese della politica sia i costi diretti che quelli indiretti dei parlamentari “tagliati”. Il Parlamento diventerebbe più efficiente diminuendo il numero degli onorevoli e le camere lavorerebbero meglio, i dibattiti potrebbero essere più approfonditi e le decisioni legislative più immediate. A detta degli esponenti del partito d’ispirazione grillina, infatti, con gli attuali 945 parlamentari sussiste una maggiore frammentazione tra i vari gruppi che spesso rendono più ingovernabile lo Stato e non rappresentando le principali forze politiche del Paese, ma solo piccoli gruppi, sono più interessati a “mantenere la poltrona” che al bene comune. Con un Parlamento meno numeroso, la selezione degli eletti sarebbe più accurata e ogni singolo parlamentare sarà più influente nell’attività delle camere, scoraggiando così l’assenteismo. Inoltre i cittadini potranno più facilmente seguire l’operato dei singoli deputati, i quali dovranno, di conseguenza rendere conto delle proprie attività. Così il rapporto tra i cittadini e i rappresentanti sarebbe più diretto, dando più peso ai primi e più responsabilità ai secondi. Si può infine affermare che il Parlamento Italiano si allineerebbe alla media europea dei rappresentanti di Stato: infatti il nostro Paese detiene il numero più alto di parlamentari eletti direttamente: 945 (in Francia 577, Germania 709, Regno Unito 650). Con 600 parlamentari, ci sarebbe in definitiva un solo eletto ogni 100.000 abitanti rispetto agli attuali 1,6.

Le ragioni del no

Questa riforma non supererebbe il bicameralismo perfetto, ma allontanerebbe ulteriormente i cittadini dalle istituzioni, diminuendo i posti in Parlamento gli stessi diventerebbero più ambiti e i candidati disposti a compiere ancora non trasparenti “giochi di partito”. Inoltre si consegnerà, di fatto, il Parlamento ai fedeli delle segreterie dei partiti: infatti, nel caso le liste elettorali restino bloccate, sarebbero eletti solo i primi, posizionati più in alto, proprio dai partiti di provenienza. Si può affermare che per quanto si risparmi, circa 0,90 centesimi l’anno dalle tasse di ciascun contribuente, si tratta di un rapporto qualità prezzo troppo svantaggioso. Infatti di questo taglio andrebbero a risentire particolarmente gli elettori dei piccoli partiti e le aree meno densamente popolate del Paese, che, nella maggior parte dei casi, perderebbero circa la metà della propria rappresentanza: la Basilicata, ad esempio, eleggerebbe solo 7 parlamentari. Inoltre sarebbe necessario, a causa della diminuzione degli eletti, di un allargamento dei collegi uninominali. Tradotto in parole povere, un candidato dovrebbe coprire un territorio più ampio, attività che potranno permettersi solo coloro in possesso di notevoli mezzi economici. Tutto questo, senza considerare che di tutte le spese pubbliche per il Parlamento, i rappresentanti, con i loro costi diretti e indiretti, coprono solo ¼ delle spese. Infatti gli altri ¾ vengono investiti tra manutenzioni, personale e altro. I costi della politica sarebbero tagliati dello 0,007% del Pil, ma la rappresentanza ne risentirebbe moltissimo, soprattutto in alcuni territori già fragili. Se “il Parlamento non è una scatoletta di tonno, ma il tempio della democrazia”, “governare è un obiettivo politico, essere rappresentati un principio costituzionale”.