Romina, decapitata a 13 anni per “onore”

 Romina, decapitata a 13 anni per “onore”

di Veronica De Lia

Morire a 13 anni. Morire per mano di colui che ti ha donato la vita. Morire senza aver avuto il tempo di crescere. Questa volta è toccato a Romina Ashrafi a Sefid Sangan-é Lamir, un piccolo paese nella provincia di Gilan, nel nord dell’Iran. Decapitata nel sonno dal padre, perché in Iran esiste il delitto d’onore.

Una storia caratterizzata dallo stesso filo conduttore di tanti altri femminicidi: un padre che si oppone al fidanzamento della figlia, delusione, rabbia e vergogna nello scoprire la fuga d’amore e finale tutt’altro che inaspettato e, purtroppo, per niente lieto.

Bahman Khavari, l’uomo di 34 anni con cui Romina aveva una relazione, non era ben visto dal padre della ragazza, non a causa dell’età, ma perché non voleva che sua figlia, sciita, si unisse ad un sunnita.

Nessuno ammetterebbe una relazione tra una tredicenne ed un trentaquattrenne, si penserebbe immediatamente che l’adolescente sia stata da lui manipolata, forse violentata, soggiogata, ma in Iran vige la Shari’a, la legge islamica, che considera una ragazza di 13 anni pronta per il matrimonio.

Secondo l’articolo 104 del codice civile iraniano, infatti, l’età minima prevista dalla legge per il matrimonio di una ragazza è di 13 anni, mentre per i ragazzi l’età minima è di 15 anni.

Tuttavia, un padre o un nonno paterno possono dare legalmente in moglie ragazze di età inferiore a una persona da loro scelta, con il permesso del tribunale.

Le statistiche dei rapporti delle organizzazioni umanitarie riportano che migliaia di ragazze tra i 10 e i 18 anni sono state date in matrimonio in Iran, di cui diverse decine a soli 9 anni.

Il 24% di tutte le nozze celebrate in Iran è costituito da matrimoni precoci.

Tali matrimoni possono essere celebrati da un Mullah, uno sceicco sciita, senza la necessità di essere registrati presso le autorità governative competenti: per questo, il numero ufficiale sarà più alto di quello dichiarato.

Il fenomeno è diffuso soprattutto nelle regioni più povere e arretrate dell’Iran, violando la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che l’Iran ha siglato nel 1991.

Romina aveva dichiarato espressamente di temere per la sua vita se fosse tornata a casa, ma ciò non ha minimamente influito sulla decisione della polizia di riconsegnarla al padre, dopo averla ritrovata con Bahman Khavari, in seguito alla denuncia per rapimento, presentata dal padre della ragazza.

Secondo l’articolo 220 del codice penale islamico, il padre è il “guardiano” delle proprie figlie e in caso di cosiddetto “delitto d’onore”, un delitto perpetrato allo scopo di “riscattare” l’onore della famiglia, è previsto uno sconto di pena.

I delitti d’onore sono compiuti da parenti, di solito membri di una famiglia di sesso maschile, quando la vittima abbia arrecato vergogna o disonore alla famiglia, violando le tradizioni conservatrici sull’amore, il matrimonio, i principi della comunità.

Il padre che uccide il figlio o nipote non puó essere punito con la “qisas”, ossia la legge del taglione, consistente nella pena di morte; in questo caso, la qisas si converte in “diya”, cioè in pena pecuniaria e “ta’zir”, pena diversa dalla detenzione, come le frustate.

Il padre di Romina non rischia, dunque, la pena di morte, prevista per gli omicidi in Iran, ma dai tre ai dieci anni di carcere e il pagamento di un indennizzo.

Il delitto d’onore potrebbe apparire lontano dalla nostra tradizione giuridica, ma non dimentichiamo che in Italia è esistito fino al 1981 ed è stato abrogato con la legge n. 442.

«Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni» recitava, prima di essere abolito 39 anni fa, l’articolo 587 del codice penale.

«Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella».

Una pena molto attenuata per i coniugi di entrambi i sessi e per figlie e sorelle, una forma di mitigazione legale, visto che per l’omicidio volontario si prevedeva e si prevede una pena di non meno di 21 anni.

Siamo nel 2020 e Romina è stata decapitata da suo padre mentre dormiva, ignara di tutto o forse no, forse consapevole di avere un’unica colpa: essere donna. Sì, perché il carnefice è sempre un uomo e nel caso di Romina, di due uomini.

Un padre che toglie la vita alla propria figlia, un padre che avrebbe dovuto proteggerla da una pedofilia camuffata e, invece, decide di proteggere la tradizione che, però non è collegata al concetto di giusto, in una cultura patriarcale che non sa distinguere una violenza carnale da una relazione d’amore e una decapitazione da un femminicidio.

Quello di Romina non è stato un delitto d’onore, ma un delitto d’orrore.