Una questione di tempo

 Una questione di tempo

di Gianmarco Castaldi

Nemmeno il tempo di levare il puzzo, per dirla con il giornalista Lirio Abbate, di sangue e di bruciato dai ricordi della Strage di Capaci, che la piovra mafiosa rinnovò la sfida a una parte dello Stato. Il pomeriggio del 19 luglio del 1992, a circa due mesi di distanza dall’omicidio Falcone, il magistrato siciliano Paolo Borsellino perse la vita insieme con cinque uomini della sua scorta, in un attentato mafioso a Palermo, in via D’Amelio.

D’altronde il numero due di quel pool di magistrati antimafia, coordinato per un tempo da Antonino Caponetto e smantellato – per una diversa concezione strutturale della giustizia – da Antonino Meli, sapeva di morire; «Io non ho tempo», amava rispondere a chi lo biasimava per il suo incessante lavoro d’indagine, che dopo la morte di Falcone si era acuito e perfezionato.

In principio ci fu la sentenza della Corte di Cassazione che confermò le accuse del gruppo di magistrati, a cui avevano appartenuto anche Falcone e Borsellino, contro lo strapotere di Cosa Nostra, l’organizzazione criminale di matrice siciliana all’epoca governata dal satrapo Totò Riina. Una vittoria per il pool e l’inizio di una dichiarazione di guerra per la mafia; una parte di Stato, che nel tempo aveva equilibrato i rapporti con il crimine, venne meno all’impegno di stravolgere l’esito finale del maxiprocesso istruito durante gli anni Ottanta.

Il primo a cadere fu Salvo Lima, ex sindaco di Palermo, democristiano e andreottiano, uomo di punta dei loschi rapporti tra politica e mafia sul territorio siciliano, il simbolo del tradimento ai danni di Zù Totò e company. Poi toccò a Falcone, l’emblema e la mente principe dei colpi inferti all’organismo mafioso. Dopo il 23 maggio – dalla sentenza di primo grado del 20 aprile 2018 – prese vita l’architettura para-criminale e para-statale ad oggi conosciuta come Trattativa Stato-Mafia. Da una parte Riina, Provenzano e tutto l’entourage corleonese dall’altra gli alti vertici del ROS, il Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei carabinieri; in mezzo, a fare da ago della bilancia, vi era un altro ex sindaco di Palermo, democristiano anche lui, Vito Ciancimino.

«Progetto di Attentato in persona del dottor Paolo Borsellino», citava la nota inviata dalla sede del SISDE palermitano alla centrale di Roma; parole mai consegnate alla Procura di Palermo e né il Prefetto né il Viminale decisero di adottare le misure minime di precauzione per la difesa del giudice. Era il 28 maggio 1992, cinque giorni dopo l’attentato di Capaci.

Ma l’omissione fu soprattutto politica. Infatti, l’8 giugno dello stesso anno il ministro della Giustizia Martelli, socialista, e il ministro dell’Interno Scotti, democristiano, entrambi inseriti nel Governo Andreotti, firmarono un decreto che avrebbe introdotto l’adattamento definitivo del 41-bis, il provvedimento che avrebbe garantito l’isolamento e il regime di carcere duro ai boss mafiosi. Il Parlamento non riuscì a tramutarlo in legge e 60 giorni dopo la presentazione dei due ministri cadde la proposta per scadenza dei termini. Intanto Borsellino indagava anche su quelle “Menti raffinatissime” a cui Falcone aveva dedicato parte delle sue inchieste.

Uno dei capi del ROS, il colonnello Giuseppe De Donno, rivelò a Liliana Ferraro, l’erede di Falcone alla direzione degli Affari Penali al Ministero di Grazia e Giustizia a Roma, gli estremi della Trattativa infarcita dagli incontri con Ciancimino, un’informazione che giunse alle orecchie di Paolo Borsellino, il quale, verso la metà di giugno, chiese un incontro segreto ai capi del ROS nella caserma Carini di Palermo.

Il primo luglio, il giudice si recò a Roma per interrogare il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, un ex mafioso deciso a parlare «dei rapporti con la mafia di uomini delle istituzioni, come Bruno Contrada e il giudice Domenico Signorino». Ma Borsellino, nel corso della discussione con Mutolo, fu convocato con urgenza alla sede del Ministero dell’Interno in cui si stava insediando il nuovo ministro del Governo Amato, Nicola Mancino. Ad attenderlo vi era anche quel Bruno Contrada, un alto componente del SISDE, di cui aveva parlato il pentito. Quella sera stessa, il magistrato chiamò dalla sua camera d’albergo la moglie Agnese: «Oggi ho respirato aria di morte».

Paolo Borsellino riuscì per un breve periodo a porre in una fase di stallo la Trattativa e le richieste che Riina formulava nel famoso “papello”, la lista dei patti che lo Stato avrebbe dovuto onorare nei confronti di Cosa Nostra per mettere fine alle stragi. Riina confidò a Brusca di voler rinnovare la paura, la minaccia: «Bisogna dare un altro colpetto per convincere chi di competenza a trattare».

Alcuni giorni prima della sua fine, l’amico e collega di Falcone tornò a casa in preda a continui attacchi di vomito. In quella circostanza confidò alla moglie: «Sto vedendo la mafia in diretta. Mi hanno detto che il Generale Subranni è punciutu».

Non ebbe il tempo Paolo Borsellino di fermare la ricetta mafiosa dei corleonesi, condita da alcune parti dello Stato deviato. La Trattativa doveva continuare e lui, come il più ingombrante degli ostacoli, saltò in aria con la sua scorta, uno dei pochi organismi statali rimastogli vicino e fedele, quel pomeriggio afoso del 19 luglio a Palermo, sotto casa della madre.