Vienna, un attacco terroristico nel cuore dell’Europa

 Vienna, un attacco terroristico nel cuore dell’Europa

di Matteo Galasso

Dopo solo qualche giorno dal sanguinario attentato alla Cattedrale di Nizza, lo scorso lunedì il nostro continente si è visto nuovamente stravolto da un nuovo attacco terroristico di matrice jihadista rivendicato poi dall’Isis. Centro dell’attentato, nel quale hanno perso la vita 5 persone – compreso l’attentatore – mentre 22 sono rimaste ferite, è stato il centro di Vienna, dove poco dopo le otto di sera i primi spari nei pressi di una sinagoga nel quartiere Seitenstettengasse hanno rapidamente trasformato la città in un vero e proprio campo di battaglia.

L’attentatore, Kujtim Fejzulai, che pochi giorni prima di sferrare l’attacco aveva giurato attraverso i propri canali social fedeltà proprio all’Isis, che lo aveva indicato come “soldato del califfato”, è stato abbattuto dalle forze speciali della polizia austriaca. Ventenne di origini macedoni, già simpatizzante dello stato islamico e condannato a un anno di reclusione per aver tentato di raggiungere la Siria, l’uomo era già noto alle forze di polizia.

Ma questo è solo l’ultimo di una serie di attentati che stravolgono l’Europa da anni. Fautori ne sono fanatici e fondamentalisti islamici, spesso cresciuti in Europa ma vincolati ad organizzazioni criminali, come quella dell’ormai decadente stato islamico, che si muove da tempo solo con azioni di guerriglia civile (tutti ricordiamo l’attentato di Parigi del 13 novembre 2015).

Ma queste iniziative di pochi non sono mosse da una guerra religiosa o tra popoli e culture diverse, al contrario, come vogliono farci credere tantissimi esponenti politici che attraverso questi eventi vogliono solo fare propaganda alle proprie idee nazionaliste: certo spesso capita che le comunità religiose da molti osservatori sono bollate come quelle che hanno ispirato gli attacchi, in realtà abbiamo più volte rilevato come le stesse sono le prime a condannare con totale fermezza questi assassini ingiustificabili.

Nessuna guerra tra musulmani e cristiani, allora, visto che entrambe le religioni convivono da secoli in pace e insieme nel mondo globalizzato del terzo millennio, nessuna guerra tra medio oriente ed Occidente: si tratta semplicemente di “cellule” sempre più ridotte di fondamentalisti, che alla fine non hanno nulla a che vedere con il proprio credo. Inutile discriminare e vedere come “nemici” i fedeli dell’Islam per azioni che non hanno compiuto o ispirato, dunque.

Si tratta solo di uomini, spesso ragazzi, indottrinati e utilizzati dai superstiti dello Stato islamico per uccidere innocenti e immolarsi letteralmente per una causa in cui solo loro credono con così tanta determinazione. Nessuno scopo, quindi, nessuna glorificazione del loro Dio, nessun sacrificio. Solo il desiderio di fare del male, terrorizzare, uccidere così, senza motivo.

Non è corretto allora che un evento del genere abbia conseguenze sociali e internazionali nei confronti di chi non è responsabile, perché è proprio questo l’obiettivo di quello che resta delle ultime frange delle organizzazioni jihadiste: creare l’inasprimento dei rapporti internazionali.

L’Europa, il mondo intero, devono condannare senza alcuna esitazione attacchi di violenza e terrorismo come quelli di Nizza o Vienna, sui quali è immorale transigere; ma dobbiamo anche condannare chi da questi episodi isolati mette in atto una serie di discriminazioni razziali generalizzate, secondo le quali se sei un musulmano sei un complice di questi assassini. Leggendo tra le righe di notizie e commenti anche di uomini politici non poche volte emergono tali considerazioni che non fanno altro che creare un ulteriore inasprimento sociale portando ad una maggiore sensazione di insicurezza e paura da parte dei cittadini verso il diverso, creando un processo inverso di globalizzazione.

Se tutti si chiudessero in casa ora per la pandemia domani per la paura del terrorista “islamico” mettendo fine o riducendo comunque i rapporti con gli altri, ne perderebbe l’intera collettività, mentre a trarne vantaggio sarebbero gli uomini al potere. Bisogna allora sempre con più determinazione evitare di che provocazioni del genere possano suscitare ulteriore odio per non privare in futuro le libertà raggiunte o condizionare negativamente le relazioni internazionali. Non ci sono ancora oggi Paesi contrapposti ad altri, ma la violenza che i fondamentalisti e gli estremisti stanno cercando di imporre con prepotenza possono mettere in discussione gli equilibri di molti Stati. È quindi giusto rispondere all’odio con la democrazia e con la stabilità internazionale, senza mai rinunciare ai valori dello stato di diritto per una rivisitata lex talionis.